I Am The Void
"...Reel in place
'til the bastards take me away
Sober taste of the eyes"
"...Reel in place
'til the bastards take me away
Sober taste of the eyes"
Adoro i cereali Frosties e il loro zuccheroso sapore infantile. Fanno parte di quella schiera di abitudini che mi porto dietro da quando avevo sei anni. Alcuni di questi vezzi non sono condivisi dalle persone che mi stanno attorno e, più di una volta, sono stati utilizzati come trampolino di lancio per le cattiverie dei miei amici di vecchia data, i quali non hanno perso tempo nel bollarmi impietosamente come “MAMMONE”. Sorrido ogniqualvolta mi capita di ascoltare i commenti degli altri sulla mia presunta “dipendenza da genitrice”, poiché credo di essere estremamente autonomo – abitazione a parte -. Nella mattinata di due giorni fa, dopo la tazza abbondante di cereali e un caffè nero, pronto ad uscire di casa, mi ricordai improvvisamente di non aver udito mia madre rientrare dopo il lavoro; la professione di medico cardiologo e la permanenza in ospedale le imponevano dei turni spesso poco agevoli, era quindi probabile che per quella notte fosse rimasta accanto ai pazienti, anche se trovai sospetto il fatto di non aver ricevuto nemmeno un messaggio sul cellulare. Pensai di mettermi in marcia verso il primo dei molti appuntamenti previsti per quella giornata e, una volta messa in moto l’auto, provare a chiamare al telefono mia madre. Mi sistemai il nodo alla cravatta, allargandolo giusto un po’, e girai la maniglia aprendo finalmente la porta. Cercai di varcare la soglia ma non riuscii ad andare oltre il primo dei due gradini di marmo che univano l’abitazione al vialetto d’ingresso, come se fossi entrato in contatto con qualcosa di solido. Non comprendendo dal principio la situazione, cercai di avanzare di nuovo, ma stavolta l’effetto fu peggiore. Una sensazione simile a quella che si prova quando il gomito urta il termosifone, estesa a tutto il corpo. Migliaia di terminazioni nervose intonavano la loro melodia distorta, inviandola al cervello. Un tormento che durò una ventina di secondi e che diminuì gradualmente fino a cessare quasi del tutto.
Basito e incredulo, cercai di riordinare le idee e mi sforzai di trovare una spiegazione a ciò che era appena accaduto. Di fronte a me vedevo distintamente il vialetto di ciottoli e la porta del cancello di metallo che separava la mia proprietà dalla strada provinciale e, oltre la staccionata, intravedevo la parte superiore della mia auto, una Volkswagen Golf nera del 2007 pulita e splendente.
Fra me e il piccolo cancello non si frapponeva nulla di visibile, nulla di apparentemente reale.
Ma cos’è il reale?
Pensai istintivamente ad una scena del film Matrix, precisamente quella in cui Morpheus descrive dettagliatamente al protagonista Neo quanto il “reale” sia solamente una percezione di ciò che il cervello reputa tale. Non un fatto oggettivo e concreto, ma una percezione.
Io non so dirvi se, a livello fisico, quello che avevo dinnanzi potesse essere considerato reale, quello che so è che non riuscivo ad oltrepassare la soglia di casa.
Stavo sognando? No, ero sveglio e riposato, e il gomito mi formicolava ancora leggermente.
Il cancello sul retro.
La porta principale non era certo l’unico ingresso dell’abitazione, infatti, la casa disponeva anche di un passaggio che collegava il vecchio garage, di dimensioni troppo ridotte per poter ospitare entrambe le vetture di famiglia, con il viale che portava alla via principale.
Un brivido mi scivolò lungo la schiena mentre entrai in quella stanza scura e umida, dove la temperatura era notevolmente più bassa rispetto a quella delle altre camere – d’altronde si trattava pur sempre di un garage, non avevamo termosifoni in garage -.
Notai che la macchina di mia madre non era effettivamente presente, provando così i miei sospetti precedenti. Premetti il pulsante vicino agli interruttori della luce e, con un rumore metallico cupo e poco confortante dovuto alla scarsa manutenzione della porta basculante, iniziò lentamente a dischiudersi la seconda opzione in ordine logico prevista per quella delirante mattinata.
I raggi del sole mattutino filtrarono dalla fessura orizzontale scaldando e illuminando il garage, finché tutta la stanza non fu pervasa di luce benevola.
Protesi le mani in avanti e, con brevi e calcolati passi, mi avvicinai all’uscita. Probabilmente è così che i non vedenti vivono la loro vita.
Lentamente arrivai al confine tra portone e viale, cercando sempre di tastare con le dita un eventuale sbarramento invisibile.
Superato di circa cinque centimetri il confine, inorridii.
Il muro era anche lì.
Tastai con i palmi delle mani per tutta la lunghezza e la larghezza dell’ingresso ma non ci fu verso di trovare un’uscita. Mi abbassai velocemente per cercare di capire se più in basso fosse presente un potenziale foro, ma non trovai nulla, in compenso mi macchiai di olio motore i pantaloni neri del completo di Armani.
Ad ogni tocco con le nocche il muro rispondeva sempre con un secco “TOC”, un suono che avrebbe potuto emettere solamente un vetro molto spesso, antiproiettile o qualcosa del genere.
Mi girai di scatto e notai la mia cassetta degli attrezzi dipinta di vernice rossa, gli stessi attrezzi con cui amavo giocare insieme a mio padre quando lui viveva ancora sotto questo tetto, ancora prima di perdere la testa per la spogliarellista.
Avevo nove anni e credevo che niente al mondo potesse distruggere la mia famiglia ma, ovviamente, mi sbagliavo.
La mia infanzia venne soffocata in un lampo, come una farfalla stretta ingenuamente nelle mani di un bambino insensibile.
Il rancore iniziò più tardi, quando cominciai ad avere la coscienza per poter comprendere i pianti notturni di mia madre, le carezze che mi accompagnavano anche per tutta la notte mentre dormivo, unite alle continue rassicurazioni. “Andrà tutto bene, andrà tutto bene, andrà tutto bene…” – ero sicuro che lo facesse per me ma, con il passare dei giorni e dei mesi, mi resi conto che, seppur inconsciamente, ripetesse quella frase a voce alta soprattutto per provare a convincere se stessa.
Fu un periodo terribile per lei, una disgrazia che la trasformò da donna gioviale e spesso sorridente e affabile in una persona monodimensionale cinica e spietata, soprattutto nei confronti di persone che conosceva poco o non conosceva affatto. Io però non la rimproveravo mai, ero certo che avesse amato follemente suo marito, avevano costruito tutto insieme e, un bel momento, - PUF! – tutto sparito per colpa di una ragazzina dalle giovani e sode forme che aveva fatto perdere la testa ad un uomo apparentemente austero, forte e piuttosto inibito come mio padre.
Una famiglia su tre nel mondo ha avuto gli stessi problemi, forse una su cinque. O forse una su due, non so e non mi interessa. Le statistiche e i giudizi propinati da amici e conoscenti per farmi sentire meglio mi facevano soltanto incazzare di più.
Iniziai a chiudermi e a parlare sempre meno con mia madre di quello che era successo, finché le urla, le lacrime e il divorzio non diventarono altro che ombre lontane, di un passato che non ci apparteneva più, un passato che aveva però portato a galla tristi conseguenze, trasformando mia madre in un arido involucro; all’esterno armatura di pietra, lineamenti scolpiti e severi in contrasto con l’interno, dove albergavano l’oscurità e la disperazione.
Seppellito da qualche parte, doveva ancora esistere il suo vero Io, ridotto alle dimensioni di un moscerino, ma non avrebbe potuto farsi strada tra gli strati di denso vuoto difensivo che ostruivano il passaggio. In un certo senso mia madre si trovava nella stessa trappola in cui mi trovavo io ora, anzi, stava molto peggio, era intrappolata dentro se stessa.
Dove cazzo sei finito, papà? Avresti potuto essermi utile almeno stavolta! – A questo pensai mentre colpivo con tutta la forza che avevo in corpo il maledettissimo muro invisibile con il martello di ferro da dieci chilogrammi della “collezione privata” di mio padre.
- TOOOOOM! TOOOOOM! TOOOOOM! -
Rimbombi assordanti esagerati riuscivano a coprire addirittura i terribili pensieri che affollavano la mia mente.
Niente.
Il muro era ancora lì come se fosse stato percosso con una mazza di spugna di carnevale.
Sudato, spossato, provai a tastare nuovamente i punti in cui il martello era entrato in contatto con il presunto vetro, ma fu tutto inutile.
Urlando dalla disperazione lanciai l’attrezzo contro il muro vicino allo scaffale con le scatole delle scarpe. Rimbalzò emettendo un frastuono rintronante e si schiantò contro il mobile stesso colpendolo con una forza sufficiente a piegarlo e a far cadere al suolo diverse confezioni di cartone.
Mi sedetti sul pavimento cercando di riflettere, chiusi gli occhi e cercai di concentrarmi sulla respirazione, provando a calmarmi mentre il sudore scendeva spedito per la camicia arrivando fino al fondoschiena.
Riaprii gli occhi.
Estrassi il cellulare dalla tasca destra dei pantaloni, composi il numero del pronto intervento ma notai subito che non c’era campo.
Mi alzai velocemente e tornai nel salotto, poi nella sala da pranzo, in cucina, in bagno, in soffitta, nelle due camere da letto.
Niente. Non avrei potuto utilizzare il cellulare, non c’era campo, era come morto e non si spiegava il perché. Possibile che il suo gestore telefonico si trovasse “offline” proprio in quel momento?
Non avevamo un telefono fisso da qualche anno perché per mia madre era diventato un problema, non tanto a livello economico, quanto invece per il suo mutato carattere.
“Le persone che ci conoscono hanno già i nostri numeri di cellulare, a cosa serve pagare un canone per un telefono fisso quando tutti quelli con cui ci interessa parlare ci chiamano già al cellulare? Così eviteremo pure le chiamate indesiderate di altre compagnie telefoniche, gli inutili sondaggi, e più in generale i rompipalle. Non ci serve un maledetto telefono fisso!” – era stata irremovibile.
Ovviamente mia madre non avrebbe mai pensato che dopo qualche anno il suo unico figlio avrebbe potuto vivere una situazione talmente surreale da apparire ridicola.
- Cazzo, adesso sì che mi farebbe comodo un maledetto telefono fisso.
Non c’è niente di più terribile della claustrofobia.
Il mondo che conoscete si riduce ad un dimensione microscopica, così minuta da far avvertire la presenza della pelle stessa come una gabbia dalla quale fuggire, con vene pulsanti al posto di sbarre di metallo, con sudore malsano e ghiacciato a ricoprire il vostro corpo invece di una tenuta arancione con sopra un numero. Il cuore inizia a pulsare in modo sempre più selvaggio mentre gli occhi vagano spediti e ispezionano alla velocità della luce quel luogo che vi sta trasformando velocemente in un animale, in un essere che riesce a rispondere solo ai propri istinti e non alla ragione.
Vorreste prendere tutto a pugni, a testate, vorreste essere in qualsiasi altro posto tranne quello in cui siete in quel momento. Qualsiasi essere umano cosciente di questa condizione potrà confermarvelo, la claustrofobia è disperazione allo stato puro. La buona notizia è che un attacco ha una durata media breve, ovvero dura finché non riuscite a spostarvi in luogo meno angusto, o meglio, in un luogo che la vostra mente reputa sicuro.
Il mio inferno, cominciato tre giorni fa, è differente. La mia crisi non si può fermare, non esiste un posto sicuro.
Io non posso più uscire dalla mia casa.
E non posso farlo non perché ho problemi psicologici, agorafobia o cose simili, semplicemente non posso più varcare fisicamente l’ingresso della mia abitazione. Non riesco a contattare in nessun modo gli esseri umani che si trovano all’esterno e i telefoni sono morti.
Sto tentando di utilizzare i social network per riuscire a risolvere una situazione che sembrava ridicola solo qualche giorno fa ma, una volta passata la voglia di scherzare, è rimasta solo quella di uscire da qui.
Ma andiamo con ordine:
Ho 28 anni, abito ancora con mia madre e sono un agente assicurativo. Lunedì sera non trovai nessuno al mio rientro a casa dal lavoro, ma ero troppo stanco per poter pensare a qualsiasi cosa che non fosse una cena veloce e una notte rigeneratrice nel mio comodo letto. Era stata una giornata faticosa e stressante, così decisi di stendermi poco dopo aver consumato un pasto leggero.
Nonostante la stanchezza – o forse proprio a causa di essa – fu una nottata densa di incubi terribili. Ricordo che, in uno di questi orribili sogni, vedevo la mia persona dall’alto, come se fossi rialzato da terra di una decina di metri, in una sorta di onnipresenza divina. Il “me” a figura intera che scorgevo era immerso in un ambiente completamente bianco e surreale e stava a sua volta fissando un punto preciso davanti a lui, con espressione terrorizzata. Spostai così lo sguardo dal mio involucro “terreno” per riuscire a capire cosa lo spaventasse a tal punto e, con ansia crescente, scorsi una cupola di vetro trasparente, lucidissima, che intrappolava al proprio interno un bambino che non avrà avuto più di sette o otto anni. Era molto pallido, smunto e con indosso abiti logori, ma la parte del corpo che mi fece rabbrividire furono gli occhi: erano bianchi, senza pupille né iridi, ed erano infossati in un volto disperato ma allo stesso tempo inespressivo, un viso che aveva conosciuto il male da vicino ed era stato turbato a tal punto da non poter provare più nulla. A completare l’inumano quadro erano le mani del bambino; i palmi insanguinati appoggiati alla struttura di vetro, mentre il viso era rivolto all’esterno della cupola, alla ricerca di aiuto. La visione si faceva sempre più vicina senza che io mi muovessi di un passo, era come se quell’agglomerato di mostruosità mi attirasse verso di sé senza lasciarmi speranza, non potevo combattere o allontanarmi. Più la distanza si riduceva, più i dettagli di quella scena diventavano inquietanti e, come se non bastasse, il bambino aveva iniziato a battere le mani sul vetro, mostrando il materiale lucido e trasparente della struttura incrostato di sangue secco nei punti in cui i palmi si univano al vetro, come se avesse colpito quella parte di cupola migliaia di volte. Quel poveretto doveva essere lì da mesi.
Il battito delle mani accelerò mentre mi avvicinavo sempre di più alla cupola – “TUM! TUM! TUM! TUM!” – , arrivai ad una distanza tale da riuscire a guardare il bambino direttamente in quei suoi bulbi oculari raccapriccianti mentre la frequenza di quel rumore insopportabile aumentava. Arrivai ad un punto in cui non potei più tollerare quel suono. Lo sentivo nella gola, nel naso, nello stomaco. Decisi quindi di voltarmi rispetto alla posizione del ragazzino ma, appena mi girai, incrociai lo sguardo del “me stesso”. I suoi occhi erano bianchi e il suo volto inespressivo.
Mi svegliai madido di sudore e mi accorsi che il suono del battito delle mani non si era interrotto, ma una volta recuperata la lucidità, alcuni secondi dopo, mi resi conto che si trattava del mio cuore. Guardai la sveglia e vidi che segnava le 5.43; era inutile rimettersi a dormire, sarebbe stato meglio farsi una doccia e prepararsi per il lavoro.
Ciò che quella mattina non potevo sapere era che il mio incubo non solo non era finito, ma non era neppure cominciato.

Illustrazione di Valeria Franzon (http://www.facebook.com/NonIdentificata)
II.

Quando il mondo collassò su stesso, lui era lì, ne fu testimone.